Los Dagos, punk band della guerra fredda.
“Supposte N al caro Ronnie,
rideranno pure i polli,
clistere atomico ad Andropov!”
Los Dagos “Hiroshima Rock’n'roll” 1983
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Una storia iniziata per caso, una storia di quartiere, una storia di amicizia. La vita in città all’inizio degli anni ’80 non è certo divertente, specie ad Ostia, periferia della periferia: eroina, degrado, senso di isolamento. E’ in quel periodo che alcuni di noi – per riconoscersi in qualcosa di diverso, per trovare una via d’uscita – si appassionano a stili e modi di vita apparentemente lontani dagli stereotipi nostrani, chi diventando punk, chi metal, chi – come me – un Mod. Ma mentre in altre parti del mondo ci si pesta, qui si sta insieme perchè alla fine “meglio tra noi che con i coatti”. Disillusi dalla politica degli anni ’70, ossessionati dal clima della guerra fredda (sono gli anni di Reagan, dell’Urss e dei suoi presidenti scongelati alla bisogna, del 2 agosto, di Ustica, dei missili a Comiso, dei teatrini per la pace, di Spadolini e Craxi, ecc.), quattro ragazzi, quasi tutti ancora minorenni, si incontrano per caso, si conoscono, diventano amici e un giorno decidono di formare una band; naturalmente non sanno suonare, ma questo è solo un dettaglio.
Il nome, Los Dagos, è una presa in giro di uno dei modi dispregiativi con cui vengono chiamati gli italiani in America (Dago), quegli stessi USA che ci hanno sempre trattato come una loro colonia:
“Little Big Horn”
Live IV Liceo Artistico
Roma 14 giugno 1983
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Il modello sono i Clash e gli Stiff Little Fingers ma, data l’eterogeneità dei componenti, anche gli Who, i Jam e il reggae. Iniziamo a provare a casa mia, con chitarra, basso e voce, esasperando genitori e vicini i casa. I primi pezzi attaccano gli USA, visti come eterni invasori, e prendono in giro l’Urss di Andropov e i pacifisti da marcia della domenica; nei testi, tutti di Bruno, il cantante, l’idea dell’atomica e dei missili è sempre presente ma non manca mai l’aspetto goliardico e di presa in giro. La musica è un punk a volte venato di reggae, suonato alla come viene e con gli strumenti spesso e volentieri scordati, sporco e urlato. Con l’ingresso di Massimiliano alla batteria, conosciuto a scuola, si fanno le prime vere prove in sala e – dopo neanche quindici giorni – si rimedia il primo e storico concerto: storico perchè costa agli organizzatori 400.000 lire di multa per oltraggio alla religione di Stato, conseguenza delle bestemmie che tiriamo dal palco e degli insulti rivolti al pubblico (significativa la frase di Bruno: “fricchettoni del cazzo, tagliatevi i capelli!”).
“They say that we are kagos,
but the name is Dagos, not Digos,
we are figos!”
Los Dagos “Intro” 1983
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La Line-Up originale, con Bruno alla voce, Luca alla chitarra, Sandro al basso e Massimiliano alla batteria, dura solo due concerti, poi si rimane in tre, con Luca che si fa carico delle parti vocali.
La Line-Up a tre rimedia due concerti, uno ad un locale chiamato Camouflage (a Roma sotto al Monte dei Cocci), e uno al Centro Sociale di Casal Bernocchi che sancisce l’inizio di una grande amicizia tra noi e i ragazzi del CS (dove suoneremo ancora sia come Los Dagos che con progetti successivi). In tre spostiamo l’interesse verso il reggae e lo ska, suoniamo sempre meno distorti e proviamo ad avvicinarci di più ai Clash. Il modello però è debole, perchè siamo oggettivamente troppo pippe per reggere in quel modo! E’ evidente che non siamo i Jam e che serve una svolta.
La soluzione diventa inserire un quarto elemento, un chitarrista solista. Se ne alternano e provano diversi in sala fino a che entra Massimo in maniera stabile, sostituito negli ultimi due mesi da Matteo. La Line-Up a quattro fa due concerti a Casal Bernocchi, forse i migliori in assoluto dei Los Dagos, partecipa – con una esibizione disastrosa davanti ad un pubblico piuttosto ostile – alla II seconda “Festa del non Lavoro” al Forte Prenestino, suona per un pubblico di discotecari in un locale dell’Infernetto in occasione dei 18 anni di Massimiliano, il batterista. La musica è ora definita più precisamente, i Clash sono il vero e unico riferimento, reggae e ska la fanno da padroni. In repertorio entrano due cover: “One more time” (Clash) e “That’s entertainment” (Jam), sorta di omaggio all’ambivalenza di una band che ha un bassista Mod e un chitarrista punk. I brani degli inizi vengono quasi tutti abbandonati o riarrangiati, i testi sono meno aggressivi e diretti, alcuni in inglese:
“Superior being”
Live 14 aprile 1984
Centro Sociale Casal Bernocchi
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Con l’uscita di Massimo e l’ingresso di Matteo la solidità appena raggiunta inizia a vacillare: io sempre più interessato ad altri generi e a sperimentare nuove strade, Luca sempre più orientato verso lo ska original; si va avanti ma la convivenza è ormai difficile. Altri due concerti, all’Istituto Vallauri di Roma (con il gruppo del mio amico Stefano, grande chitarrista) e ad Albano alla Villa Comunale su un palco pericolante e con un impianto arraffazzonato sul momento, poi un tentativo di reinventarci inserendo un cantante di colore e elementi sonori vicini al dub, ed è lo scioglimento. E’ passato circa un anno, abbiamo fatto una decina di concerti, siamo stati ore in sala a provare. Rimangono i legami personali nati in quartiere e a scuola, indiscutibili, ma musicalmente ognuno va per i cazzi suoi. Verso la fine del 1984 io e Massimiliano, dopo aver provato con un paio di chitarristi di Roma, incontriamo il grande Rob Leer e diventiamo parte di una delle incarnazioni degli Electric Kids. Luca – se non sbaglio – entra nei Fun, poi non ho più sue notizie. Bruno diventa il cantante di diversi gruppi e ancora oggi ha un suo progetto, i Killybillies. Io continuo a suonare ogni volta che posso (diverse band negli anni ’90, un progetto di audiolibri oggi). E sono sempre un Mod!
– Sandro, bassista Los Dagos.

